La casa dalla porta blu

Non avevo dimenticato queste campagne. Come avrei potuto? Ma rivedere di persona le fila di alberi di pistacchio che si susseguono sul terreno rosso ferroso è ben distante dalla sensazione che provavo riguardando le vecchie foto. È come essere dentro un quadro dai colori troppo intensi. Diretto a Kilis, ad un’ora di auto da Gaziantep, quella strada immersa nelle colline gialle d’erba non può che ricordarmi i miei tanti viaggi in autostop di tre anni fa. È venerdì e con gli altri volontari sto per visitare il centro Amal per rifugiati. Kilis è al confine con la Siria, dista 60 km da Aleppo e contava poco più di 100.000 abitanti fino a pochi anni fa, ma in seguito alla guerra civile il numero è più che raddoppiato.  

Il nostro passaggio ci porta in una zona periferica della città, un quartiere povero dalle strade polverose e le case fatiscenti. Fra questi, gli unici segnali di vita vengono da un edificio dalla porta blu. Ad aprirci è la direttrice, Isabella, che con calore ci fa entrare in un mondo che ha poco a che vedere con la desolazione esterna. Un mondo dove i muri sono ornati da murales e scritte in arabo in bella grafia. Anche gli infissi sono blu e incastonati nel bianco dei muri ricordano una cartolina dalla Tunisia. Il cortile interno pullula di bambini, incuriositi dalla nostra presenza. Ci sorridono, accalcandosi a noi e offrendoci a turno le loro merendine. La visita di esterni li incuriosisce e diverte molto. Isabella ci mostra i tre piani della struttura, nelle cui aule decine di bambini studiano ogni mattina e ogni pomeriggio. C’è anche una biblioteca, dove poter prendere dei libri e leggerli sui tappeti rossi e i cuscini a strisce. Sul muro esterno ad una delle aule, troneggiano alcune parole in arabo, accompagnate dal disegno di due rose rosse: “La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più, parlare di meno”. È un aforisma di Zenone, che Tullio De Mauro, professore di Isabella, recitò durante una lezione del corso universitario. Da allora, la frase la segue come un mantra. Scendiamo le scale e torniamo fra i bambini nel cortile interno, in tempo per sentirne due intonare Bella Ciao. Entrambe indossano un vestito rosso, ma mentre una ha l’hijab cordinato, l’altra ha il capo ricoperto da un velo bianco. Stringono a quattro mani il foglio con il testo della canzone, intonando una strofa in italiano e una in arabo. Come provo a riprenderle, gli altri bambini e le altre bambine si radunano davanti all’obiettivo per farsi inquadrare. Si mettono in posa e sorridono con una gioia tale da sembrare che non abbiano mai visto una macchina fotografica.

A fianco alla porta blu ce n’è un’altra, dove diamo un’occhiata più veloce. È una struttura più piccola, ha due piani e Isabella spiega che vorrebbe renderla una casa famiglia. Anche lì, gli infissi sono dipinti di blu e sul muro dell’edificio sono disegnate noci di cocco e due palme attorno all’ingresso. Terza ed ultima, oltre l’incrocio, svoltando l’angolo, Isabella ci mostra i ruderi di una vecchia casa che circondano uno splendido albero. Ci sarà molto da lavorare, ma lo dice con il sorriso sulle labbra. Ha iniziato nel 2013, in Siria, e ha portato avanti queste attività finché ha potuto. Con l’escalation militare e il coinvolgimento delle potenze straniere, ha dovuto ripiegare oltre il confine, qui a Kilis, dove opera dal 2014. Racconta che questi bambini sono troppo piccoli per ricordare la guerra. Alcuni sono addirittura nati in territorio turco. Il grande problema è che le famiglie delle zone rurali della Siria erano delle comunità forti e socialmente autosufficienti, ma qui sono state divise dagli eventi, dalla burocrazia o dalle morti. Dice che sono come un albero i cui rami sono stati separati e allontanati dal tronco. Per questo la sua attività  è necessaria, dà loro un posto dove creare dei legami al di là della famiglia ed anima una zona altrimenti morta. Ampliarsi è indispensabile,  ora che il campo profughi verrà chiuso dal governo e migliaia di siriani dovranno trovare una nuova casa. Molti verranno rispediti in Siria, ma altri cercheranno di restare in Turchia. Coloro rimasti ancora nel campo non si sono integrati, parlano poco o nulla il turco e la vita fuori da quelle recinzioni sarà molto dura.

Al ritorno, come provo a scattare una foto dall’esterno del primo edificio, tutti i bambini mi corrono incontro. Abi! Ben ben! Vogliono che li inquadri ancora ed eccoli congiungere le mani a forma di cuore, le dita a V, i pollici alzati, da soli o in coppia, in gruppo. Cento sorrisi adoranti, felici di diventare immortali con un mio click, davanti a quella porta blu il cui nome significa speranza.

Quella sera, resto a dormire ad Amal. Dal balcone di una delle aule osservo le luci gialle del quartiere, quasi tutte provenienti dalla moschea vicina. Il canto notturno del muezzin risuona chiaro nell’aria, in assenza di ostacoli architettonici. Quando il minareto tace, il silenzio di quella periferia è rotto solo dal vento che muove gli alberi di fico e dalle moto che corrono in lontananza, così chiassose che devono essere alimentate a kerosene. 

La mattina dopo, la luce che entra dalla finestra sbarrata mi sveglia in tempo perché possa rivestirmi prima che entri la donna delle pulizie. Apre l’ufficio senza bussare e mi guarda con aria severa mentre mi alzo dal divano su cui ho dormito. Con la stessa aria severa, mi porta un vassoio di fette di cocomero ed un caffè solubile, abbozzando un’improvvisa aria benevola. Quella mattina mi unisco al pulmino che porta i bambini al campo da calcio. Fanno a gara per farmi sedere al loro fianco e mi riempiono di domande. Il mio nome, da dove venga, chi preferisca tra Ronaldo e Messi. Hanno dagli 8 ai 10 anni, sono curiosi ed esuberanti. Qualcuno parla qualche parola d’inglese e la sfoggia con orgoglio. Il campo da calcio è della municipalità, l’erba è sintetica ed è immerso nel nulla. Attorno ai piccoli calciatori che si muovono con notevole agilità ci sono solo i monti, in lontananza, oltre alla bandiera rossa che veglia su di loro. L’allenatore è giovane e corpulento, avrà la mia età, sistema i birilli e i dischetti per farli correre. Dopo ogni esercizio devono fare un paio di giri di campo sotto il sole cocente, alleggerito solo dal vento, e ad ogni loro passaggio mi sorridono e salutano. Al ritorno mi chiedono di insegnare loro i nomi italiani delle parti del corpo e le ripetono tutti insieme. Sono belli, sono felici, nonostante le loro famiglie siano quegli alberi dai rami separati di cui parlava Isabella.

Tornati ad Amal, entro nelle aule per seguire le attività. Nella prima, le bambine stanno ballando a ritmo di musica. Non so definire quel tipo di danza, ma stendono in alto le mani aperte, le sovrappongono a terra accovacciandosi, le uniscono sul cuore. Hanno gli occhi scuri e la carnagione mediterranea. Sono vestite di rosa, di bianco, di azzurro. Pantaloni, gonne, jeans, cerchietti e già qualche velo. Non hanno più di 10 anni e non sono diverse dalle bambine che avrei incontrato in una scuola italiana. In un’altra aula si sta tenendo la lezione di arabo. La mia presenza disturba la loro concentrazione, quindi non mi trattengo molto. Con un occhio guardano la lavagna, con l’altro guardano me e mi chiedono una foto, allora stringo sulle loro mani mentre scrivono sul quaderno, muovendosi da destra verso sinistra. Poi mi imbatto in un altro ballo, credo si stiano preparando per gli spettacoli di fine mese. Fra loro c’è una bambina con il velo verde che sembra uscita da una fotografia di McCurry. I movimenti del gruppo sembrano seguire i suoi, tanto è in grado di catturare l’attenzione. Sono in fila a mezzo metro di distanza l’una dall’altra e ai miei occhi sono come fiori mossi dal vento.

È tardo pomeriggio quando saliamo con loro sul pulmino. Qualcuno chiude la porta blu e il quartiere, all’improvviso, torna in silenzio. Arrivati alla stazione del bus, scendiamo, salutando i bambini. Bye Bye, dicono loro. Shukran, rispondo io.

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