Invito a cena dal linguista

È assiomatico: se non porto con me la Nikon, quello che visiterò sarà un posto stupendo. Huseyin, il fotografo che assisto, aveva invitato noi di Hayat ad una cena fra amici, ma aveva omesso i dettagli del luogo. Non potevo fare altro che osservare tutto senza poterlo immortalare come avrebbe meritato, sperando che la mia memoria gli renda giustizia.

Chiediamo al tassista di portarci al kale, il castello, e da lì proseguiamo a piedi fra le vie della città vecchia: le ragazze, vestite di tutto punto e truccate, io con i pantaloni macchiati e una vecchia maglietta bianca, sdrucita e bucherellata. E dire che in Italia sono sempre in giacca e cravatta. Sulla porta di una vecchia casa dall’architettura tradizionale ci accoglie Huseyin, con la sua solita aria affettuosa e i suoi tre baci sulla guancia. Dalla penombra del vicolo a quella del cortile interno, i nostri occhi impiegano un po’ per carpire i dettagli oltre le sagome. Ci saluta il padrone di casa, che ci stringe la mano a turno. Si presenta come Settar. Ha circa sessant’anni, forse qualcosa di più. La sua stretta è gentile ma ferma, ci saluta in italiano e ci fa strada nel cortile. Non è la prima volta che sento un turco parlare in italiano, come l’autista della corriera di tre anni fa mentre ero diretto a Nemrut, senza poi contare i miei studenti. Eppure lui non si ferma ai convenevoli, ma mi chiede di aiutarlo in cucina e mentre mi fa assaggiare gli spaghetti per sapere se siano cotti, per un attimo dimentico dove mi trovo. Spengo il fuoco prima di scuocerli, ma lo scolapasta è troppo piccolo e circa un piatto finisce nel lavello. Ne restano ancora molti, abbastanza da sfamare gli otto commensali. Il sugo è pronto e il padrone di casa preferisce servirlo nei piatti, invece che mescolarlo nel pentolone. Mentre lo aiuto, saltella dal turco all’italiano a seconda di chi si rivolga, senza esitazioni o errori.

Gli spaghetti sono al limite della cottura e il sugo è a base di carote, tutto sommato molto gradevole. Apriamo il vino e brindiamo in turco con una parola che non capisco. È una bottiglia italiana, a cui segue una della Cappadocia, a cui segue quella che abbiamo comprato noi. Mentre i piatti si svuotano e i bicchieri si riempiono ancora, noi volontari dobbiamo sapere qualcosa di più sul nostro ospite. Settar è un linguista, ha studiato italiano alle medie e alle superiori. A quel tempo viveva ad Istanbul, ma è originario di qui. Mentre risponde alle nostre curiosità, parla con la voce di un uomo che ha vissuto troppe vite. Ha interrotto i suoi studi universitari per completarli in Svezia, dove ha vissuto per molti anni. Ora insegna arabo all’università. Racconta il genere di cose che quelli della mia generazione vanterebbero su Instagram, me compreso. Lo fa con dignità, non c’è vanità nelle sue parole. Ha un’aria semplice, indossa una camicia a quadretti grigi con le maniche corte. Ha il volto scavato, sbarbato, dalla carnagione olivastra e i capelli sembrano più bianchi e radi di quanto non siano con quelle sopracciglia folte e scure che attirano lo sguardo. Si arrotola una sigaretta e l’accende fra le labbra strette, illuminando il naso importante montato su quel viso allungato, mentre con le gambe intrecciate fa ciondolare un piede scalzo. Qualcuno trova il coraggio di chiedergli quante lingue parli e lui le elenca: turco, ovviamente, poi inglese, italiano, francese, svedese, arabo e farsi. Perché il farsi, chiede qualcuno. Perché no, risponde lui.

Ha sposato un’iraniana, ma non è mai stato in Iran. L’ha studiato per diletto e ogni tanto lo parla con la moglie. Per l’arabo è diverso. L’arabo non si parla, dice Settar. Si parla il siriano, il magrebino, l’egiziano. Tutti dicono di parlare arabo, ma i loro sono dialetti. Lui ha studiato e insegna il fusha, che è come il latino, dice.

Mentre parliamo, una radio trasmette le frequenze governative, eppure non è la voce di Erdogan a diffondersi, ma quella di Johnny Cash. Settar dice che dall’una di notte fino alle 7 del mattino trasmettono musica classica ed è la sua parte preferita. Il vino italiano e il vino della Cappadocia sono già finiti da un po’ e Huseyin stappa un’altra bottiglia. Gli dico di no, per me basta vino. Il cortile interno dove sediamo è illuminato solo da una lampada da scrivania che da dietro la finestra dello studio proietta una luce gialla. Su di noi si staglia una grossa vite, affiancata da un gelso di cui non riesco a vedere le foglie. Sono molto diffusi in questa zona. Ecco spiegato perché al supermercato vedevo sempre il gelato alle more di gelso. Le foglie lasciano ombre che danzano sulla pietra della casa e così su di noi, nascondendo in parte il volto di tutti. Chiediamo a Settar della casa. Ci spiega che non è sua, l’ha comprata un suo amico anni fa e da allora ci ha sempre vissuto lui. Assomiglia a una delle case del quartiere armeno, nonostante siamo in un’altra zona. Il motivo è semplice: un tempo i costruttori principali a Gaziantep erano gli armeni e la loro architettura è quella che vediamo come tipica. Fu costruita nel 1915, ma il primo piano è stato aggiunto negli anni ’50. La radio ora trasmette lirica, che si mescola con il canto del muezzin. È una rarità sentire una cosa simile, la regola vuole che si spenga la musica durante la preghiera ed è osservata anche dai laici.

Settar porta la frutta in tavola. Uva e ciliegie gialle, che non avevo mai visto prima. Gli spieghiamo che sono inusuali in Italia e ci sorride. La sua voce diventa più giovane e pulita quando parla inglese, mentre in turco e in italiano trasmette una grande malinconia. Ha visitato Roma, Milano, Venezia, Firenze, Perugia. Al tavolo, l’unico a non essere mai stato in Italia è il fratello minore di Huseyin. Avrà 25 anni, la mascella squadrata e le braccia spesse nascoste da una camicia celeste.  Poi c’è una ragazza che ha studiato medicina ed è stata in Erasmus a L’Aquila. È turca anche lei, ma non ho capito il nome. Tutti bevono un caffè solubile mentre cerco di scattare con il mio telefono una foto della calma poetica del momento. Sbircio nello studio e trovo un ambiente estremamente semplice, tutto in legno, quasi monacale. Appeso ad un angolo della parete, vicino alla porta, ecco però una traccia di vita: la locandina di Gilda, con Rita Hayworth.

Resteremmo lì per giorni a parlare con il proprietario di casa, ma decidiamo di lasciarlo alla sua musica classica, che comincerà a momenti. Vicino all’uscita noto una vecchia porta scardinata e appoggiata al muro, come un ricordo. Huseyin mi guarda mentre la osservo e mi spiega che i due diversi battiporta, assenti in quelle moderne, servivano a identificarsi. Gli uomini usavano quello più in alto, le donne quello vicino alla maniglia e il diverso suono avvertiva chi è in casa, così che le donne potessero velarsi se si trattava di un uomo. Appartiene al passato, ma sono certo che con l’immigrazione dalla Siria qualcuno utilizzi ancora questo stratagemma. Con questa ultima perla, saluto quel professore che sembra uscito da un libro di Hemingway. Mentre gli stringo la mano, mi ricordo che uno dei motivi per cui amo questo posto sono le persone.

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