La cintura e l’origami

Sto lasciando l’ostello in cui ho vissuto negli ultimi giorni. Questa puzza e questi scarafaggi non mi mancheranno. È mattina mentre mi avvio verso la casa del mio amico Ismail. Mi ha dato il permesso di lasciare una delle due valigie da lui questi giorni in cui sarò a Kilis.

Mentre le trascino lungo la strada, devo fermarmi ogni dieci passi per sistemarmi i pantaloni, che una volta mi stavano giusti. Devo essere dimagrito ancora. La mia cintura si è rotta l’altro ieri e non ho fatto in tempo a comprarne un’altra. Vorrei indossare quelli corti, ma fra le donne siriane del centro è obbligatorio coprirsi. Ismail mi apre sbadigliando, i suoi figli stanno dormendo in salotto, quindi cerco di non fare rumore. Mi stringe la mano e mi chiede di tornare a trovarlo al mio ritorno.

La stazione dei bus è a pochi passi dal suo appartamento e il furgoncino diretto a Kilis è semivuoto. Mi sistemo su uno dei sedili accanto al finestrino e attendo la partenza con la musica nelle orecchie. Il posto alla mia destra viene occupato da un tizio corpulento che non ha ben chiara la definizione di spazio personale e piazza il suo gomito sul mio fianco mentre gioca ad un videogioco di guerra sul suo smartphone. Provo a farmi spazio, a lasciare qualche centimetro fra noi, ma il gomito torna sempre lì. Non alza mai lo sguardo da quello schermo, si distrae solo quando l’aiuto autista passa fra noi per i soldi della corsa. Costa undici lire, neanche due euro. Non c’è biglietto, basta mettere monete e banconote nella mano dell’addetto. In lontananza si alza una colonna di fumo. Sembra un incendio, vedo il rosso incandescente fra il verde degli alberi. Da qui non vedo case né persone nei paraggi, ma non potrei giurarci. Quelle fiamme sembrano lambire con i loro guizzi la lamiera di questo furgone. Fa caldo, l’aria non è abbastanza e per sfuggire al supplizio di questo forno su ruote mi concentro sulla musica, cercando di riposare. Ho dormito solo quattro ore stanotte e mi sento uno straccio. Il bus si ferma, il solito controllo documenti. Un agente della polizia colleziona i nostri documenti ed esce per tornare alla volante. Il mio lettore mp3 manda al mio cervello “Cover”, di Caparezza, ed io sto quasi per cedere al sonno, finalmente. Si passa a “Dalla parte del toro”, ma vengo interrotto alla prima strofa.

“MARSCELO”, urla l’agente, rientrato nel furgoncino. Metto in pausa, tolgo le cuffie. “WHAT IS YOUR JOB?”. Eccola qui, la domanda da un milione di punti. Potrei scoppiare in lacrime dicendo che non ho un lavoro e la vita è dura, ma immagino non sia il momento di fare dello spirito. Non posso rispondere di essere un giornalista, sia perché non sono registrato qui come tale, sia perché non ho nemmeno un contratto. Dire disoccupato può essere sospetto, quindi uso la nomenclatura che come una croce mi ha accompagnato fino al giorno dell’esame finale del master: “I’m a student”. “Öğrenci”, suggerisce qualcuno.  “COME COME” risponde l’inflessibile tutore della legge. Guai in vista. Con lo zaino in spalla, lo precedo in una piazzola dove altri poliziotti stanno mangiando fette di melone all’ombra di una tenda. Continuano a fissare il mio passaporto, attirati dal visto russo di quattro anni fa. Mi ripetono la stessa domanda, ripeto di essere uno studente. Mi perquisiscono, controllano lo zaino, mi aprono la valigia. “Where’s your belt?”, chiede quello che sembra essere il capo. È l’unico a parlare un po’ di inglese. “It’s broken” e ora puoi anche smettere di controllare se abbia armi legate in vita, perché i miei pantaloni sarebbero già alle caviglie. Frugano fra i vestiti puliti, fra le cuciture. Prendono la mia reflex e guardano le foto, ma ho svuotato la sd. “Why no photo?”. Non so neanche cosa rispondergli. Avrei dovuto tenere nella scheda qualche paesaggio da mostrare in caso di controllo? “Cause it’s a new sd” improvviso. Prendono il mio portafogli e controllano ogni documento, come se il passaporto non bastasse. In uno scomparto c’è il mio tesserino da giornalista e tremo. Non lo notano e si concentrano sulla carta d’identità mal ridotta. Sì, in quella foto ho 19 anni e sembro tanto pericoloso, mentre ora sono qui con in testa un cappello di paglia e con i pantaloni che mi scivolano dal culo. “Why Kilis, why no Istanbul o Izmir?”. Gli spiego di Amal, che devo fotografare e riprendere lo spettacolo dei bambini. “You can’t go to Kilis”, dice stavolta. Rispondo che sì, ci posso andare, ci sono stato già tre volte e il timbro sul mio passaporto mi consente di andare ovunque in questo paese. Ora dice che non si possono fare foto a Kilis senza permesso, gli dico che si sbaglia e che io dovrò fotografare l’interno di un edificio per volere della direttrice. Insiste, dice che è troppo vicino al confine, che in Siria c’è la guerra. In Siria, appunto, quindi avrete delle guardie al confine, dico io. Dice che c’è il Daesh. “Do I look like a guy from Daesh?”. Dice che devono controllare e mi prende il telefono, intimandomi di sbloccarlo. Mi rifiuto, dico che stanno violando i miei diritti, la mia privacy, che non hanno il potere di farlo. Non mi ascolta e insiste perché sblocchi il telefono. Cedo e con il dito traccio il segno sullo schermo.  Sto fremendo. Mi avvicino per vedere cosa stia guardando, ma si ritrae e me lo impedisce. Non ci sto, non ho intenzione di mollare. Mentre ripeto come un mantra che non può farlo, lui avvicina il suo telefono al mio, lo sovrappone come per fotografarne lo schermo. La mia mano si muove da sola, più veloce del mio pensiero, e gli sottraggo il telefono. Il suo. “That’s my phone” dice minaccioso. “Give me back and sit down”.  Gli agenti ora mi circondano, sono in sei e armati. Ho fatto un passo falso, ma ne è valsa la pena. Mentre glielo rendo fingendo di scusarmi, controllo il suo schermo. È aperta una chat di WhatsApp dove ha condiviso la foto del mio passaporto e il mio visto russo, ma nient’altro. Ora l’agente che mi ha fatto scendere dal bus vuole controllare il mio computer. “There are 500 gb of datas in here, do you really want to check everything?”. Neanche mi capisce, ma il capo mi guarda in cagnesco: “We know what to check”. Certo, in questa posizione è necessario fare dei controlli e non è la prima volta che mi capita. Esattamente tre anni fa fui fermato durante il viaggio di ritorno dalla Cappadocia, ma nessuno mi guardò lo smartphone. Esibendo i nostri documenti, io e i miei amici aspettammo che gli agenti controllassero che non fossimo in qualche lista di potenziali jihadisti e ci lasciarono andare, con tanto di scuse. Stavolta è diverso. Propongo al capo di parlare al telefono con Isabella, la direttrice del centro, che conosce sia turco che arabo e avrebbe potuto spiegargli ogni cosa. Mi risponde sprezzante che tanto non potrebbe fidarsi. Sono basito. Credono veramente che se fossi un jihadisti girerei con le prove nello smartphone o nel pc? E che arriverei al confine con l’autobus? Mi chiedo dove fosse la loro meticolosità tutte le volte che i soldati dell’Isis hanno oltrepassato il confine, in un senso o nell’altro. Ma sono pensieri stupidi, la prova della mia estraneità a quella gente è sul mio passaporto: è la quarta volta che vengo in Turchi dall’Italia, la terza che mi fermo per due mesi durante l’estate. No, non è il comportamento di un jihadista, non penso proprio che il Dawla sia convenzionato col Servizio di volontariato europeo. Cerco di vedere lo schermo del mio computer, l’agente sta controllando la mia cartella immagini. Se dovesse trovare i video dell’intervista a Ismail, sarebbe un guaio. Non mi resta che attendere e fissare i volti dei due agenti che si fanno gli affari miei, cercando di carpire qualcosa. Il superiore è in abiti civili, indossa una brutta camicia blu con una strana fantasia. È basso, ha il fisico di un ragazzino e i capelli troppo radi per non essere rapati. L’altro è in divisa, ha un’espressione inebetita, sembra che stia facendo quel controllo solo perché deve, ma senza neanche provarci. Mi assicuro che non inserisca nulla nel PC, nessuna chiavetta o scheda. Gli altri agenti osservano la scena, quasi divertiti. Uno prova a conversare, ma continuo a rispondergli di non parlare turco. Mi chiedo se voglia fare sbirro buono-sbirro cattivo o se sia il suo modo di prendersi gioco di me. Mi chiede il nome di mio padre e gli rispondo che in Italia non usiamo il patronimico. Me lo chiede ancora e gli rispondo: “Antonio”. Mi offre una fetta di melone, che rifiuto. Mi chiedono se voglia dell’acqua, rifiuto anche quello, ma insistono. Forse aver ricordato loro che sono un cittadino europeo li ha fatti ripensare sui loro metodi. Bevo quell’acqua inodore, non viene da un rubinetto per fortuna.

Finalmente mi rendono il mio telefono e il mio PC, che risistemo nello zaino. Mentre chiudo la cerniera, uno di loro mi dice: “Don’t be angry”. Lo fulmino con gli occhi, ripetendogli che non hanno nessun diritto di trattenermi. “Sit, it’s not finished”, dice il loro capo con tono spregevole. Lo guardo con disprezzo e gli faccio notare che il mio bus è ripartito lasciandomi qui nel bel mezzo del niente. Dice che mi porteranno loro a Kilis. Resto in attesa, guardando la strada deserta. Sulla rete dietro la tenda della polizia è appeso un giubbotto antiproiettili di colore blu, sembra quasi uno spaventapasseri. Rigiro in mano il bicchiere di carta che mi hanno dato, ora vuoto. Lo strappo lungo l’altezza, dal bordo verso la base e ne faccio una proiezione. Lo piego e lo ripiego, come per fare un origami, portando il mio pensiero altrove, lontano da quel luogo, da quegli uomini in divisa, da quell’umiliazione. Una piega, un respiro. Non hanno visto nulla delle cento cose che avrebbero ricondotto alla mia professione. E dire che sarebbe bastato loro googlare il mio nome. Se sono questi gli addetti ai controlli, non mi stupisce che a Gaziantep vivano tanti mujaheddin. Arriva un’auto e mi dicono di salire. Il capo sale davanti, alla destra del guidatore. Quando apre la portiera estrae una mitraglietta. Tutte le loro armi sono cariche. Chiudo la portiera scorrevole alla mia sinistra e mi accorgo che la mia spalla poggia su due manganelli. Lui continua a parlarmi, come se stesse cercando di giustificarsi. Insiste sull’Isis in Siria e gli rispondo di essere cattolico. Falso, ma questo non può saperlo. Cambia tattica e nomina i curdi dello YPG. Gli ripeto che vengo periodicamente in Turchia come volontario e che non posso quindi essere un terrorista oltre il confine. Risponde che non poteva credermi, ha visto dopo i timbri sul mio passaporto. Falso anche questo, lo hanno controllato fin dall’inizio e lo sapeva bene. Fa roteare la mitragliatrice con la canna rivolta sul tappetino dell’auto. Intanto stiamo percorrendo delle zone periferiche e per quanto ne sappia potrebbero portarmi ovunque. Che stupido, ho il telefono con me. Il GPS funziona anche senza connessione internet. Mi basterà attivarlo senza dare troppo nell’occhio. Nel peggiore dei casi, l’applicazione della Farnesina registrerà la mia posizione. Sulla mappa compare un’icona blu in movimento. Sono io, siamo noi e puntiamo ora verso il centro della città. Tutto bene, non sono in pericolo.

Quando scendo, un altro agente in borghese si unisce a loro e lo sento deridermi. Mi dice qualcosa sorridendo, come se questo bastasse a coprire un insulto. Riesco anche a recuperare il mio treppiede, che avevo lasciato sul bus, e allungo il passo verso il primo taxi, che nonostante le mie indicazioni sommarie mi porta ad Amal. Ora il mio GPS non funziona e vado a memoria attraverso il quartiere povero della città,finché non riconosco alcune insegne e alcune case fatiscenti. Eccola, finalmente, la casa dalla porta blu. Mi accoglie una delle bambine, che mi riconosce e mi sorride. Mi dico che per lei e per tutti loro ne vale la pena. Mi chiamano per nome, storpiandolo sempre un po’. Questo già mi basta per sentirmi meglio. Isabella mi vede e mi scuso per il ritardo. Quando le racconto del contrattempo, mi chiede se mi abbiano sottratto qualcosa. No, ho ancora tutto. Mi spiega che è vero che a Kilis serve un permesso per scattare fotografie all’aperto, così come serve un permesso del sindaco per svolgere un qualunque servizio giornalistico. Le chiedo anche se la polizia può violare la mia privacy in quel modo. “Loro qui possono fare tutto”, mi risponde.  Ripensando al tutto, avrebbero potuto essere violenti, avrebbero potuto lasciarmi in mezzo alla strada o sequestrarmi ogni cosa. Non l’hanno fatto, quindi forse sono meno stupidi di come li abbia valutati. Resta da capire cosa abbiano guardato nel mio computer, così controllo gli ultimi file aperti. Sono tre: una gif tratta da un film demenziale che non ricordavo di avere, l’immagine icona di Pinnacle e una mia fotografia in cui, rivolto di spalle, sistemo una serie di foto per formare una freccia su un muro. Sì, la Turchia oggi è un po’ più sicura.

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3 commenti

  1. Ti leggo su uno schermo lcd.
    E mi assalgono emozioni e pensieri. Il potere delle parole e di chi le sà usare. Non fermarti ma sii cauto, il mondo ha bisogno anche di te! Ciao Marcello.
    Davide Pincio

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