Ode al silenzio

(Kilis, 5 settembre 2019)

È sera, il sole è appena tramontato quando suonano alla porta blu. È uno dei bambini che trafelato mi chiede dove sia la direttrice di Amal. “Isabella yok”, gli rispondo io. Parla di fretta e non riesco a seguirlo. Decido di telefonarle e lo faccio parlare, convinto che sia successo qualcosa. Quando riprendo il telefono, mi dice solo che lui è Feisal e che è venuto a prendermi per la cena.

Un’esperienza linguistica, così l’aveva definita Isabella, mentre chiacchieravamo nel caldo pomeriggio seduti sul muretto davanti alla fontanella, riparati dall’ombra del fico. Era dispiaciuta all’idea di lasciarmi da solo qui ad Amal, così ha chiesto a Om Feisal, la donna delle pulizie, di ospitarmi. Nella sua famiglia nessuno parla inglese, mi avverte. “Dovrai farti capire con Google traduttore”. Mi spiega che Om Feisal non è il suo vero nome, ma letteralmente “mamma di Feisal”. Om, come Abu per i padri, precede il nome del primo figlio maschio e diventa un vero soprannome. Non solo, spesso in Siria si assume questo nuovo nome prima ancora di aver avuto un figlio. È come un tratto distintivo dell’età adulta. Isabella mi racconta che fra i profughi di Kilis c’è un siriano notoriamente sterile, a cui comunque è stato dato un nome come padre di un figlio che non ci sarà mai. Trovo che sia qualcosa di poetico e triste allo stesso tempo. Inoltre, si è divertita a rompere gli schemi e a introdurre l’uso del nome della prima figlia femmina come suffisso, al posto del nome del primogenito maschio. La cosa è stata presa con simpatia e si è diffusa fra coloro che frequentano il centro. Mentre mi racconta questi aneddoti, la mia mente mi ricorda due padri tristemente famosi: Abu Omar e Abu Bakr al Baghdadi. “Quindi stasera dovrò chiamare il padre del bambino Abu Feisal, giusto?”. Sbagliato, perché si chiama a sua volta Feisal. Sono confuso, Isabella intuisce dal mio sguardo interrogativo di dovermi dare qualche dettaglio in più. 

Devo ammettere che i bambini di Kilis sono tanti e non ho memorizzato i nomi, per questo non ho intuito perché il piccolo Feisal fosse venuto a bussare. Gli chiedo se posso portare la macchina fotografica con me. Lui sorride e si offre di tenerla per me. Lungo la strada, nel buio del quartiere, cerca di scattare qualche foto, ma glielo impedisco. Isabella si è raccomandata anche troppe volte di non farsi notare e di non farsi cogliere nell’atto di registrare o fotografare le aree esterne ad Amal. Lui insiste e mi guarda come se avesse al collo il giocattolo più bello del mondo e non resisto, lo lascio fare. Sorride così tanto che gli zigomi quasi toccano gli angoli esterni di quei suoi occhi allungati all’ingiù. In questa zona periferica non ci sono luci, quindi Feisal immortala il niente, ma è così felice di avere fra le mani una vera macchina fotografica che non smette di saltellare. Cammina al mio fianco, facendo di tanto in tanto piccoli scatti, come se notasse qualcosa da fotografare. Non lo perdo di vista, con quella polo bianca sarebbe impossibile anche in questo momento. Poco oltre un negozio di alimentari, cambiamo strada e ci avviciniamo ad una moschea il cui minareto, coi suoi neon verdi, funge da faro per gli isolati circostanti. Seduti a due tavoli, dietro la ringhiera che circonda la moschea, un gruppo di persone riconosce Feisal e lo chiama. Lo fermo, gli dico che è meglio non fotografarli e dopo poche parole si salutano. Ci sediamo a pochi passi di distanza, ai piedi di una palazzina, vicino a un gruppo di alberi da cui pendono fili colmi di peperoncini essiccati. Ci raggiunge un uomo anziano, Feisal, nonno del piccolo al mio fianco. Si assomigliano molto, stesse orecchie a sventola, stessi occhi inclinati. Sul nonno, però, conferiscono un’aria triste ed io mi ricordo perché siano lui e sua moglie a fare da genitori al piccolo. Mi saluta con un educato Good evening che ricambio con un selam alejkum. Ci accompagna dentro l’edificio, qualche piano più in alto, fino alla porta dove ci togliamo le scarpe. Om Feisal mi saluta con un cenno del capo e mi fa gesto di sedermi sul tappeto. Indossa un vestito grigio e l’hijab nero, proprio come quando lavora dentro Amal. L’appartamento è molto piccolo, il salotto con l’angolo cottura è coperto di tappeti di varie misure e dalle fantasie geometriche. Con noi si siede il fratellino minore, che tranne per i grossi incisivi non somiglia affatto al primogenito e mi guarda come se fossi l’attrazione della serata. Avrà sette anni e indossa una maglietta bianca col collo rosso e i blue jeans, come suo fratello. Viene stesa una tovaglia di plastica a fiori sul tappeto e Om Feisal porta piatti e posate per tutti. Resisto all’impulso di alzarmi per aiutare perché so che non sarei visto di buon occhio, quindi respiro, resto seduto e osservo. I piattini contengono pomodori freschi, melanzane e verdure in padella, patate e riso. L’immancabile bottiglia di latte mi evita di dover bere l’acqua, che so che mi farebbe star male, di nuovo. In tutto questo, non ci parliamo. Comunichiamo a gesti, sguardi e sorrisi. Io ringrazio, inizio ad assaggiare ed è tutto buonissimo. Con la mano sullo sterno guardo i due nonni e dico loro un sentito shukran. Loro tutti mi osservano e sorridono. Mi hanno dato una porzione più grande della loro ed è una fortuna che mi piaccia. Mastico piano, faccio sparire quelle pause che richiederebbero parole futili e commenti. Nella stanza, nella casa e nell’isolato regna il silenzio, una quiete innaturale. Feisal è alla mia sinistra, indica la Nikon e gli scatto una foto proprio mentre mastica una cucchiaiata di riso, che cerca di nascondere con un sorriso a labbra strette. I nonni afferrano le verdure usando il pane e non parlano, nemmeno tra loro, come se non volessero farmi sentire escluso. Poi Om Feisal porta uva, fichi e caffè, che bevo piano per non ingerirne la polvere. I bambini hanno acceso la televisione e guardano distrattamente i cartoni animati, ma abbassano il volume quando il nonno si alza. Lo vedo parlare alla schiena della moglie e impiego qualche attimo per capire che non è a lei che si rivolge. Postura dritta, solenne, braccia sui fianchi. Quando pronuncia Allahu akbar fa un passo indietro e si inginocchia, strusciando la sua lunga tunica a terra. Lui pronuncia un’altra frase e si prostra, toccando con la fronte il tappeto. Lo osservo ripetere la preghiera, pronunciata sommessamente e accompagnata dai gesti ben scanditi. Il piccolo Feisal mi guarda e mi dice che lo sa fare anche lui, con l’orgoglio di chi vuole mostrarsi grande. Quando suo nonno finisce, è il suo turno di prostrarsi, ma lo fa in silenzio, bisbigliando le parole.

Sono circa le 21 e trenta quando i bambini si alzano per accompagnarmi indietro. Sulla strada, Feisal vuole approfittarne per scattare una foto alla moschea, dove non c’è più nessuno. Mi assicuro che siamo soli e lo aiuto a prendere il fuoco e ad aggiustare la luce. Ne scatta qualcuna mossa, ma una decido di salvarla. Saluto lui e il fratellino sulla porta di Amal, osservandoli mentre tornano indietro, fino a che non spariscono nel buio della sera. Chiudo la porta blu e il rumore metallico è l’unico che si riecheggia in tutto l’isolato.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: