Ricordi del campo profughi

(8 settembre 2019)

Ho sognato i cori dei bambini che intonavano in arabo Bella ciao. Il motivetto in midi di Terraluna mi risuona nelle orecchie dopo lo spettacolo di ieri, dove i bambini di Amal si sono esibiti cantando sia nella loro lingua che in italiano, nel cortile di questa che è più che una scuola. A svegliarmi è la luce della finestra dell’ufficio in cui ho dormito anche stanotte, ma riprendo conoscenza solo dopo il caffè che mi prepara Om Feisal.  Pochi minuti dopo, la porta blu si apre ed Isabella mi saluta, in compagnia di una donna siriana che voleva farmi conoscere.

Si siedono entrambe sul divano, che ho provveduto a sistemare dopo averci passato la notte. Le due parlano in arabo e intuisco che l’argomento sia l’intervista. Mi presento e chiedo se sia possibile registrare un video, ma mi viene detto di no. L’intervistata mi si presenta, ma preferisce che ometta il suo nome. Eppure, abbozza un sorriso quando si mette in posa per farsi fotografare. Indossa il velo, naturalmente, un hijab verde su un abito scuro. Non ha più di 35 anni e mi parla con un’aria calma ma molto controllata.

Le chiedo di parlarmi un po’ di lei, mi racconta  che ha 5 figli e che vive qui in Turchia con la suocera. Il marito è scomparso, di lui non ha nessuna notizia. È di Aleppo ed è venuta in Turchia per scappare dalla guerra civile. Ora vive negli spazi di Amal, ma negli ultimi anni ha vissuto nel campo profughi di Kilis 1, chiuso pochi mesi fa.  L’ingresso nel  campo non è automatico né forzoso, sono i profughi a richiederlo in caso di grave necessità. Lei mi racconta che al suo arrivo in Turchia aveva vissuto 4 mesi in affitto, ma dovendo mantenere altre sei persone oltre a sé stessa, è stata costretta a chiedere di essere ammessa al campo.  Le chiedo della vita all’interno, se si trovasse bene. Mi racconta che, oltre alla normale scuola, una zona del campo era adibita alla riabilitazione di persone con disabilità. Tutti i bambini disabili venivano quindi assistiti e avevano buoni risultati. Per gli adulti, oltre ai corsi di apprendimento della lingua turca, le attività erano divise per generi. Le donne potevano partecipare ai laboratori d’arte, dove venivano fatti dal disegno ai lavori a maglia e all’uncinetto. I visitatori esterni potevano comprare i loro prodotti e parte del ricavato andava alla persona che l’aveva creato, mentre il resto andava a coprire alcune spese del campo. Veniva anche organizzato un vero e proprio corso di sartoria di sei mesi, al termine dei quali le partecipanti ricevevano un attestato. L’altro laboratorio era una succursale di una pasticceria di Kilis, dove cucinavano i dolci tipici della zona fatti di miele e frutta secca. Per gli uomini, invece, la scelta era fra la produzione di pannolini per neonati o i laboratori per imparare il mestiere di barbiere e  di falegname.

Detto così, non suona male. Domando se ci tornerebbe, se ne senta la mancanza. Lei tentenna, districandosi fra i lati positivi e negativi. Il primo dei lati positivi che nomina è la sicurezza. Sua suocera è malata, le capita di dover uscire da sola, di stare delle ore fuori. Nel campo, la situazione era protetta e sapeva di non doversi preoccupare. Qui a Kilis, nel centro dove abita da un mese e mezzo, uscire di casa significa lasciare la suocera da sola con i bambini. Il campo era sicuro, ma finto, artificiale. I suoi figli stavano crescendo in un ambiente adatto solo a periodi limitati. Mi racconta sorridendo che nella periferia di Kilis si incontrano spesso  degli animali per le strade, cosa a cui i suoi figli non erano abituati e la prima volta che hanno visto un asino pensavano fosse una mucca. È una vecchia storia: sicurezza o libertà.  

Mentre me ne parla, mi tornano alla mente i racconti di un agente della polizia che avevo conosciuto un anno fa. Era amico della mia guida. Mi raccontava anche lui della vita dentro il campo, della gente pericolosa, degli affiliati all’Isis che si erano infiltrati. Le domando allora se abbia vissuto esperienze simili, se si ricorda di personaggi pericolosi. Lei mi conferma che all’inizio c’erano anche dei membri dello Stato islamico, ma che una volta identificati furono espulsi e riportati in Siria. Lei insegnava e continua a insegnare nella scuola del campo, l’unica struttura rimasta aperta, e racconta che il lato peggiore del campo era l’effetto che aveva sui bambini, alcuni dei quali avevano preso l’abitudine a fumare hashish e a procurarsi dei tagli, allo scopo di sembrare più adulti. 

Kilis1 è stato chiuso in concomitanza con l’ultima sovvenzione europea alla Turchia. Gli abitanti sono stati sgomberati in due tranche, nel dicembre 2018  e nel giugno 2019.  Le chiedo quale spiegazione abbiano fornito in merito alla chiusura. Lei mi dice che hanno fatto diverse riunioni nel campo per spiegare la situazione. La motivazione ufficiale fu che usciti dall’emergenza era necessario che loro vivessero una vita più normale, che fossero inseriti nel mondo, che i bambini scoprissero la vita fuori. Hanno organizzato le uscite rimuovendo il vincolo di dimora nel luogo di registrazione nel documento che veniva fornito ai siriani al loro arrivo, permettendo loro di scegliere quindi in che città stabilirsi. Questo per evitare che in migliaia e migliaia si riversassero nelle città del sud. Ad ognuno è stato dato un aiuto economico al momento dell’uscita, per affittare un appartamento e comprare il necessario. La cifra dipendeva dal numero di persone del nucleo familiare: 1155 lire a persona, fino a 10 persone. Circa 200 euro a testa, per un massimo di 2000.

Il motivo dell’intervista doveva essere quello di capire come si svolgesse la vita all’interno di un campo profughi, ma azzardo un’ultima domanda. Le chiedo il perché della fuga. Chiaramente, venendo da Aleppo il motivo è chiaro, ma ogni volta che pongo questa domanda ricevo i racconti più assurdi sulla follia di quella guerra, che ho imparato a conoscere proprio grazie a certi dettagli. E infatti scopro che nel suo quartiere non c’era più pane, che le tubature dell’acqua erano state chiuse e che per riempire una bottiglia era necessario spostarsi di molto dalla sua zona. Viveva nella parte ribelle della città, al confine però con quella governativa. Racconta che si trovava fra i due fuochi, a cento metri dall’uno e dall’altro. Quando le due parti hanno iniziato a colpirsi, la via dove abitava, che si trovava proprio in mezzo, si riempiva della polvere sollevata dalle esplosioni. Così un giorno è uscita di casa, semplicemente, senza prendere nulla con sé tranne i suoi figli e sua suocera, chiudendo la porta di casa senza guardarsi indietro.  Lei ha due gemelle, che teneva in braccio mentre scappava, mentre gli altri li seguivano. La suocera ogni tanto si fermava per bere mentre correvano e nel caos della fuga, il figlio maschio si era perso. Ne sono usciti indenni per miracolo e, una volta raggiunto il confine,  i soldati turchi li hanno avvistati in lontananza e li hanno fatti entrare, senza documenti, senza nulla, vedendo lo stato in cui si trovavano.

A queste parole spengo il registratore. Mi basta così. La ringrazio con shukran e lei sorride come se fossi io a farle un favore. Vorrei poterle esprimere in modo più concreto la mia gratitudine, ma l’ostacolo della lingua mi costringe ad essere conciso. È dal 2016 che raccolgo queste storie e mi stupisco sempre della calma e della dignità con cui queste persone raccontano le peggiori atrocità immaginabili, quei momenti che nessuno vorrebbe mai vivere. E allora l’Occidente volge lo sguardo altrove, se ne ricorda solo a periodi alternati, come quando Erdogan minaccia di mandare i migranti nel territorio europeo se non gli viene dato qualcosa in cambio. Persone come arma di ricatto, come merce di scambio. Persone che si portano dietro storie come questa o peggiori e che, nonostante tutto, ci fanno paura.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: